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	<title>Una Comoda Edicola Scomoda &#187; Lavaggio del cervello</title>
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	<description>Edicola di notizie a perdere - di solito i media se le perdono, ma noi le troviamo - rassegna stampa internazionale ed inconsueta - una libera edicola virtuale per il Villaggio Globale</description>
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		<title>Gli idioti</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jul 2009 15:26:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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DI PAOLO BARNARD
paolobarnard.info
Un tizio che non si firma ha commentato un mio pezzo sul sito Comedonchisciotte.org con alcune parole e una foto. La parte interessante era la foto. Ritrae Marco Travaglio sorridente che mostra al fotografo la copertina del suo imminente libro &#8216;Papi&#8217; (su Noemi e Co.), affiancato da Beatrice Borromeo nel suo pieno splendore. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI PAOLO BARNARD<br />
<a href="http://www.paolobarnard.info" target="_blank">paolobarnard.info</a></p>
<blockquote><p>Un tizio che non si firma ha commentato un mio pezzo sul sito Comedonchisciotte.org con alcune parole e una foto. La parte interessante era la foto. Ritrae Marco Travaglio sorridente che mostra al fotografo la copertina del suo imminente libro &#8216;Papi&#8217; (su Noemi e Co.), affiancato da Beatrice Borromeo nel suo pieno splendore. Questo accade il 10 luglio. In quelle ore Silvio Berlusconi aveva appena realizzato la più spettacolare cancellazione dalle mappe della Storia di quel nugolo di stolti (ad essere clementi, più avanti non lo sarò) che risponde al nome di Antonio Di Pietro, Marco Travaglio, Peter Gomez, Piero Ricca, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo, Lorenzo Fazio, Carlo Vulpio, Gianni Barbacetto e molti altri, più La Repubblica, editori connessi. Li ha letteralmente liofilizzati, loro e le loro smanie.</p>
<p>E’ straziante contemplare il sorriso di Marco Travaglio che mostra la copertina del suo inutile libro numero settecento contro le insignificanti malefatte del Cavaliere, mentre Altri divorano col morso dello squalo Mako il rimanente 1% del potere e della democrazia che ancora gli sfuggiva in Italia.</p></blockquote>
<blockquote><p>Leggi tutto:<br />
<a href="http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=120" target="_blank">http://www.paolobarnard.info/intervento_mostra_go.php?id=120</a></p></blockquote>
<p>Mi ha tolto le parole di bocca.</p>
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		<title>Come gli inglesi utilizzano i media per la guerra psicologica di massa</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 15:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavaggio del cervello]]></category>
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		<description><![CDATA[DI L.WOLFE
global-elite.org
“Io conosco il segreto per far credere all’americano medio tutto ciò che desidero. Datemi soltanto il controllo della televisione&#8230; mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventa realtà. E se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV&#8230;”
(Hal Becker, “esperto” di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>DI L.WOLFE<br />
<em>global-elite.org</em></p>
<p><em>“Io conosco il segreto per far credere all’americano medio tutto ciò che desidero. Datemi soltanto il controllo della televisione&#8230; mettete qualsiasi cosa in televisione ed essa diventa realtà. E se il mondo esterno alla TV contraddice le immagini, la gente inizierà a modificare il mondo per adeguarlo alle immagini della TV&#8230;”</em><br />
(Hal Becker, “esperto” di media e consulente del management per The Futures Group, intervista del 1981) [1]</p>
<p style="text-align: center;"><img class="alignnone size-full wp-image-225" title="brainwasz" src="http://edicola.biz/http://edicola.biz/wp-content/uploads/2009/07/brainwasz.jpg" alt="brainwasz" width="400" height="300" /></p>
<p>Nei 15 anni trascorsi da questo commento di Becker, gli americani sono diventati sempre più “connessi” a una rete mediatica di massa che ora comprende anche computer e videogames, nonché internet. Una rete onnipresente il cui potere è così pervasivo da essere dato quasi per scontato. Come ha detto un noto comico: “Siamo davvero un popolo la cui coscienza è mediatica. Conosco un tale che è stato investito da una macchina per la strada. Non ha voluto andare all’ospedale. Si è trascinato invece fino al bar più vicino per controllare se lo avevano messo nel telegiornale della sera. Quando ha visto che non c’era, ha esclamato: “Ma che bisogna fare, farsi ammazzare, per andare in televisione?”.</p>
<p>Ai più alti vertici della monarchia britannica e del suo Club of Isles, questo grande potere non viene dato per scontato. Anzi, viene attentamente gestito e diretto, come Becker spiega da una più limitata prospettiva, per creare e forgiare l’opinione pubblica. In un rapporto pubblicato nel 1991 dal Club Malthusiano di Roma e intitolato “La Prima Rivoluzione Globale”, Sir Alexander King, consigliere capo della famiglia reale e del principe Filippo su scienza e comunicazione, scriveva che le nuove scoperte nelle tecnologie di comunicazione avranno l’effetto di espandere enormemente il potere dei media, tanto nel settore avanzato che in quello in via di sviluppo. I media, egli afferma, costituiscono l’arma più potente e il più forte “agente di cambiamento” per la creazione di un “mondo unico” neo-malthusiano che travalicherà e cancellerà il concetto di “stato-nazione”.</p>
<p><em>“E’ sicuramente necessario intraprendere un ampio dibattito con giornalisti e direttori dei principali media per studiare le condizioni che possano metterli in grado di ricoprire questo nuovo ruolo”, scriveva King.</em></p>
<p>Nel suo progetto, il Club di Roma, di cui King fa parte, può contare sulla cooperazione di un cartello mediatico, che è una creazione britannica, come documentato nel nostro rapporto. Può anche contare sulle capacità di una macchina da guerra psicologica di massa, anch’essa guidata dai britannici e dai loro interessi, che si estende a momenti chiave della produzione mediatica e comprende scrittori e psicologi che contribuiscono a definire i contenuti, nonché sondaggisti che provvedono a perfezionare e analizzare l’impatto su determinate fasce di popolazione. Oltre a questa rete di operatori interattivi, esistono poi milioni di altre persone che partecipano alla produzione, distribuzione e trasmissione dei messaggi mediatici, il cui modo di pensare è stato anch’esso plasmato dai contenuti del prodotto mediatico e che hanno letteralmente operato su se stessi un auto-lavaggio del cervello provocato dalla cultura in cui sono immersi.</p>
<p><strong>“Mamma” Tavistock</strong></p>
<p>Lo storico centro di questo apparato di guerra psicologica di massa ha la propria sede fuori Londra, presso il Tavistock Center [2]. Creato subito dopo la I Guerra Mondiale sotto il patronato del Duca George di Kent (1902-42), l’originale Clinica Tavistock, diretta da John Rawlings Rees, si trasformò nella centrale di guerra psicologica della famiglia reale e dell’intelligence britannica. Rees e un gruppo scelto di psichiatri freudiani e neofreudiani misero a frutto le esperienze di collasso psicologico osservate in tempo di guerra per elaborare teorie su come tali condizioni di crollo psichico potessero essere prodotte in assenza del terrore della guerra. Il risultato fu una teoria del lavaggio del cervello di massa, ottenuta attraverso lo studio delle reazioni di gruppo, che poteva essere utilizzata per alterare i valori degli individui e produrre, col passare del tempo, cambiamenti nei princìpi assiomatici che governano una società.</p>
<p>Negli anni ’30 la rete di Tavistock intessè una relazione simbiotica con l’Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte, creato dalle reti oligarchiche europee, che si focalizzava sullo studio e la critica della cultura da un punto di vista neofreudiano. Verso la fine degli anni ’30, con il trasferimento dei suoi membri operativi dalla Germania a New York, la Scuola di Francoforte coordinò la prima analisi dell’impatto di un fenomeno mediatico di massa, cioè la radio, sulla cultura. Si trattava del “Radio Research Project”, con base a Princeton. [3]</p>
<p>Con lo scoppio della II Guerra Mondiale, gli uomini del Tavistock presero il controllo effettivo del Direttivo di Guerra Psicologica dell’Esercito Britannico, mentre il network alleato negli Stati Uniti si integrava nell’apparato di guerra psicologica americano, che includeva il Comitato sulla Morale Nazionale e l’Osservatorio sui Bombardamenti Strategici.</p>
<p>Alla fine della guerra, gli sforzi combinati del Tavistock (divenuto Tavistock Institute nel 1947) e dei funzionari dell’ex Scuola di Francoforte avevano creato un’equipe di “truppe di attacco psicologico”, come le chiamava Rees, e di “guerrieri culturali” che contava diverse migliaia di persone. Oggi questo network conta diversi milioni di persone in tutto il mondo e rappresenta il fattore più importante nella progettazione degli scopi e dei contenuti dei prodotti mediatici di massa.</p>
<p><strong>Le “immagini nella vostra testa”</strong></p>
<p>Nel 1922, Walter Lippmann definì come segue il concetto di “opinione pubblica”:</p>
<p><em>“Le immagini che gli esseri umani hanno nella testa, le immagini di se stessi, degli altri, dei propri scopi e obiettivi, delle proprie relazioni, rappresentano le loro opinioni pubbliche. Queste immagini, quando vengono gestite da gruppi di persone o da persone che agiscono in nome di gruppi, diventano Opinione Pubblica, con le iniziali maiuscole”. </em></p>
<p>Lippmann, che fu il primo a tradurre in inglese le opere di Sigmund Freud, sarebbe divenuto uno dei più influenti commentatori politici [4]. Aveva trascorso gli anni della I Guerra Mondiale al Quartier Generale di Propaganda e Guerra Psicologica di Wellington House, fuori Londra, in un gruppo di cui faceva parte anche il nipote di Freud, Eduard Bernays [5]. Il libro di Lippmann, L’Opinione Pubblica, pubblicato un anno dopo l’uscita de La psicologia di massa di Freud, che trattava temi simili, fu un prodotto del periodo trascorso all’interno del gruppo di Rees. E’ tramite i media, scrive Lippmann, che la maggior parte delle persone elabora quelle “immagini nella testa”, il che garantisce ai media “un potere spaventoso”.</p>
<p>Il network di Rees aveva passato gli anni della I Guerra Mondiale a studiare gli effetti della psicosi bellica e la sua capacità di produrre il collasso della personalità individuale. Dal loro lavoro emerse una tesi terribile: grazie all’uso del terrore, l’uomo può essere ridotto ad uno stato infantile e sottomesso, in cui le sue capacità di ragionamento sono annebbiate e in cui il suo responso emotivo a vari stimoli e situazioni diventa prevedibile o, nei termini usati dal Tavistock, “sagomabile”. Controllando i livelli di ansietà è possibile produrre una condizione similare in ampi gruppi di persone, il cui comportamento potrà così essere controllato e manipolato dalle forze oligarchiche per cui il Tavistock lavorava [6].</p>
<p>I mass media erano in grado di raggiungere grandi quantità di persone con messaggi programmati o controllati, il che rappresenta la chiave per la creazione di “ambienti controllati” per il lavaggio del cervello. Come mostravano le ricerche del Tavistock, la cosa importante era che le vittime del lavaggio del cervello di massa non si rendessero conto di trovarsi in un ambiente controllato; pertanto doveva esserci un ampio numero di fonti d’informazione, i cui messaggi dovevano essere leggermente diversi, così da mascherare la sensazione di un controllo dall’esterno. Quando possibile, i messaggi dovevano essere offerti e rinforzati attraverso l’”intrattenimento”, che avrebbe potuto essere consumato senza apparente coercizione, in modo da dare alla vittima l’impressione di stare scegliendo di propria volontà tra diverse opzioni e programmi.</p>
<p>Nel suo libro, Lippmann osserva che la gente è più che disposta a ridurre problemi complessi in formule semplicistiche e a formare la propria opinione secondo ciò che credono che gli altri intorno a loro credano; la verità non ha nulla a che fare con le loro considerazioni. L’apparenza di notizia fornita dai media conferisce un’aura di realtà a queste favole: se non fossero reali, allora perché mai sarebbero state riportate?, pensa l’individuo medio secondo Lippmann. Le persone la cui fama viene costruita dai media, come le star del cinema, possono diventare “opinion leaders”, con il potere di influire sull’opinione pubblica quanto le personalità politiche.</p>
<p>Se la gente pensasse troppo a questo procedimento, il giocattolo potrebbe rompersi; ma Lippmann scrive:</p>
<p><em>“La massa di individui completamente illetterati, dalla mente debole, rozzamente nevrotici, sottosviluppati e frustrati è assai considerevole; molto più considerevole, vi è ragione di ritenere, di quanto generalmente si creda. Così viene fatto circolare un vasto richiamo al popolo tra persone che, sul piano mentale, sono bambini o selvaggi, le cui vite sono un pantano di menomazioni, persone la cui vitalità è esaurita, gente ammutolita e gente la cui esperienza non ha mai contemplato alcun elemento del problema in discussione”. </em></p>
<p>Nell’affermare di scorgere una progressione verso forme mediatiche che riducono sempre più lo spazio di pensiero, Lippmann si meraviglia del potere che la nascente industria di Hollywood manifesta nel forgiare la pubblica opinione. Le parole, o anche un’immagine statica, richiedono che la persona compia uno sforzo per crearsi un’”immagine mentale”. Ma con un film:</p>
<p><em>“Tutto il processo di osservare, descrivere, riportare e poi immaginare è già stato compiuto per voi. Senza compiere una fatica maggiore di quella necessaria per restare svegli, il risultato di cui la vostra immaginazione è alla continua ricerca vi viene srotolato sullo schermo”. </em></p>
<p>E’ significativo che come esempio del potere del cinema egli utilizzi il film propagandistico “Nascita di una nazione”, girato da D. W. Griffith a favore del Ku Klux Klan; nessun americano, scrive Lippmann, potrà mai più sentir nominare il Ku Klux Klan “senza vedere quei cavalieri bianchi”.</p>
<p>L’opinione popolare, osserva Lippmann, è determinata in ultima analisi dai desideri e dalle aspirazioni di una “elite sociale”. Questa elite, egli afferma, è:</p>
<p><em>“Un ambiente sociale potente, socialmente elevato, di successo, ricco, urbano, che ha natura internazionale, è diffuso in tutto l’emisfero occidentale e, per molti versi, ha il proprio centro a Londra. Conta fra i propri membri le persone più influenti del mondo e racchiude in sé gli ambienti diplomatici, quelli dell’alta finanza, i livelli più alti dell’esercito e della marina, alcuni principi della Chiesa, i proprietari dei grandi giornali, le loro mogli, madri e figlie che detengono lo scettro dell’invito. E’ allo stesso tempo un grande circolo di discussione e un vero e proprio ambiente sociale”.</em></p>
<p>Con un atteggiamento tipicamente elitario, Lippmann conclude che il coordinamento dell’opinione pubblica manca di precisione. Se si vuole raggiungere l’obiettivo di una “Grande Società” in un mondo unitario, allora “la pubblica opinione deve essere creata per la stampa, non dalla stampa”. Non è sufficiente affidarsi ai capricci di “un ambiente sociale superiore” per manipolare le “immagini nella testa delle persone”; questo lavoro “può essere gestito solo da una classe di individui specializzati” che operi attraverso “centrali d’intelligence”. [7]</p>
<p><strong>Il “Radio Research Project”</strong></p>
<p>Mentre Lippmann scriveva il suo libro, la radio, il primo mass media tecnologico a entrare nelle case, stava assumendo sempre maggior rilievo. A differenza dei film, che venivano visti nei cinema da grandi gruppi di persone, la radio offriva un’esperienza individualizzata all’interno della propria casa, avente per fulcro la famiglia. Nel 1937, su 32 milioni di famiglie americane, 27,5 milioni possedevano un apparecchio radiofonico, più di quante possedessero un’automobile, il telefono o perfino l’elettricità.</p>
<p>In quello stesso anno la Rockefeller Foundation finanziò un progetto per studiare gli effetti che la radio produceva sulla popolazione. [8] Ad essere reclutati per quello che sarà poi conosciuto come “Radio Research Project”, con quartier generale all’Università di Princeton, vi furono alcuni settori della Scuola di Francoforte, ormai trapiantatisi dalla Germania in America, oltre a personalità come Hadley Cantril e Gordon Allport, che diventeranno elementi chiave delle operazioni del Tavistock americano. A capo del progetto c’era Paul Lazerfeld, della Scuola di Francoforte; i suoi assistenti alla direzione erano Cantril e Allport, insieme a Frank Stanton, che sarebbe poi diventato capo del settore informazione della CBS, e più tardi il suo presidente, nonché capo del consiglio di amministrazione della RAND Corporation.</p>
<p>Il progetto fu preceduto da un lavoro teoretico realizzato in precedenza studiando la psicosi e la propaganda di guerra, nonché dal lavoro di Walter Benjamin e Theodor Adorno, operativi della Scuola di Francoforte. Questo lavoro preliminare era incentrato sulla tesi che i mass media potessero essere usati per indurre stati mentali regressivi, atomizzare gli individui e generare un incremento dell’instabilità. (Queste condizioni mentali indotte vennero poi definite dal Tavistock col termine di stati “brainwashed”, e il processo d’induzione che ad essi conduceva venne chiamato “brainwashing”, cioè “lavaggio del cervello”).</p>
<p>Nel 1938, quando era a capo della sezione “musica” del Radio Research Project”, Adorno scrisse che gli ascoltatori di programmi musicali radiofonici:</p>
<p><em>“fluttuano tra l’oblio completo e improvvisi tuffi nella coscienza. Ascoltano in modo atomizzato e dissociano ciò che sentono&#8230; Non sono bambini, ma sono infantili; il loro stato primitivo non è quello di chi non è sviluppato, ma quello di chi ha subìto un ritardo mentale provocato da un’azione violenta”.</em></p>
<p>Le scoperte del Radio Research Project, pubblicate nel 1939, confermarono la tesi di Adorno sul “ritardo mentale indotto” e servirono da manuale per i programmi di lavaggio del cervello.</p>
<p>Studiando i drammi radiofonici a puntate, comunemente noti come “soap opera” (poiché molti di essi erano sponsorizzati da ditte produttrici di sapone), Herta Hertzog scoprì che la loro popolarità non poteva essere attribuita a nessuna caratteristica socio-economica degli ascoltatori, ma piuttosto al format seriale in sé, che induceva ad un ascolto abitudinario. La forza che la serializzazione possiede nel produrre il lavaggio del cervello è stata riconosciuta dai programmatori del cinema e della TV; ancora oggi le “soap” pomeridiane sono quelle che generano maggiore assuefazione televisiva, con il 70% delle donne americane al di sopra dei 18 anni che guardano ogni giorno almeno due di questi programmi.</p>
<p>Un&#8217;altra indagine del Radio Research Project si occupò degli effetti prodotti nel 1938 dalla lettura radiofonica de La guerra dei mondi di H. G. Wells da parte di Orson Welles, in cui si simulava un’invasione marziana. Il 25% degli ascoltatori del programma, che era stato presentato come se si trattasse di un notiziario, credette davvero che fosse in corso un’invasione, generando il panico nazionale; e questo nonostante i chiari e ripetuti avvertimenti che si trattava di un programma di fiction. I ricercatori del Radio Project scoprirono che molte persone non avevano creduto all’invasione marziana, ma avevano pensato che fosse in corso un’invasione da parte della Germania. Questo, come i ricercatori riferirono, dipendeva dal fatto che il programma era stato presentato nel format del “notiziario”, che in precedenza era stata utilizzata per fornire il resoconto della crisi bellica che si prospettava a seguito della Conferenza di Monaco. Gli ascoltatori avevano reagito al format, non al contenuto del programma.</p>
<p>I ricercatori dimostrarono così che la radio aveva già condizionato a tal punto le menti dei suoi ascoltatori, le aveva rese così frammentate e irriflessive, che nella ripetizione del format stava la chiave della popolarità [9].</p>
<p><strong>La “baby-sitter con un occhio solo”</strong></p>
<p>La televisione iniziava a fare il suo ingresso come nuova tecnologia mass-mediatica proprio nel momento in cui venivano pubblicati i risultati del Radio Research Project, nel 1939. Sperimentata dapprima su larga scala nella Germania nazista, durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, la televisione fece la sua prima apparizione pubblica alla Fiera Mondiale di New York del 1939, dove attirò vaste folle di persone. Adorno e altri riconobbero immediatamente il suo potenziale come strumento per il lavaggio del cervello di massa. Nel 1944 Adorno scriveva:</p>
<p><em>“La televisione punta alla sintesi di radio e cinema&#8230; ma le sue implicazioni sono enormi e promettono di intensificare l’impoverimento della sostanza estetica in modo così drastico che in futuro l’identità appena velata di tutti i prodotti culturali industriali potrà uscire trionfante allo scoperto, concretando in modo irridente il sogno wagneriano della Gesamtkunstwerk, la fusione di tutte le arti in un’opera unica”. </em></p>
<p>Come apparve evidente fin dai primi studi clinici sulla televisione (alcuni dei quali furono condotti tra la fine degli anni ’40 e l’inizio dei ’50 da ricercatori del Tavistock), i telespettatori, in un arco di tempo relativamente breve, entravano in uno stato di semi-coscienza simile al trance, caratterizzato dalla presenza di sguardo fisso. Più a lungo si guardava, più pronunciata diventava la fissità dello sguardo. In tali condizioni di semi-coscienza crepuscolare, gli spettatori divenivano ricettacolo di messaggi che potevano essere contenuti nei programmi stessi, oppure, per dislocazione, nella pubblicità. Il lavaggio del cervello era completo [10].</p>
<p>La televisione si trasformò da curiosità di quartiere in strumento ad ampia penetrazione di massa, soprattutto nelle aree urbane, pressappoco tra gli anni 1947-1952. Come ha osservato Lyndon LaRouche, ciò coincise con un momento assai critico della vita psicologica nazionale. Il sogno di milioni di veterani della Seconda Guerra Mondiale e le loro speranze di costruire un mondo migliore, si erano schiantati al suolo dinanzi alla corruzione morale dell’amministrazione Truman e alla successiva crisi economica. Questi veterani si ritirarono nella loro vita familiare, nei loro lavori, nelle loro case, nei loro tinelli. E al centro di quei tinelli c’era il nuovo apparecchio televisivo, le cui immagini banali assicuravano che le scelte moralmente ignobili che essi avevano compiuto erano state quelle giuste.</p>
<p>I primi programmi televisivi si rifacevano ai modelli già sperimentati della radio, come descritti dal Radio Research Project: le “situation comedy”, o “sitcom”, i quiz, i varietà, lo sport e le “soap”. Molti erano in forma seriale, con personaggi, se non storie, collegate tra loro. Tutti erano banali e deliberatamente progettati per essere così.</p>
<p>I figli di questi veterani infelici, i cosiddetti “baby-boomers”, divennero la prima generazione ad essere accudita da ciò che LaRouche chiama “la baby-sitter con un occhio solo”. I genitori incentivavano i bambini a guardare la televisione, spesso come mezzo per tenerli sotto controllo, e loro fissavano per ore tutto ciò che passava sullo schermo. I contenuti dei primi programmi per bambini erano banali (ma non più dei programmi televisivi in generale) e mentalmente devastanti; ancor più devastante fu la sostituzione del contatto concreto con la famiglia con la visione televisiva, quando il “tavolo per la cena” venne rimpiazzato dalla “cena televisiva” di fronte al tubo catodico. Com’era prevedibile, i bambini svilupparono fissazioni ossessive per gli articoli pubblicizzati dalla TV, chiedendo che tali articoli gli venissero comprati, altrimenti non avrebbero potuto essere come i loro amici [11].</p>
<p>A metà degli anni ’70, Eric Trist, che rimase fino alla sua morte (avvenuta nel 1993) a capo delle operazioni del Tavistock americano, e Fred Emery, “esperto” di media del Tavistock, scrissero una relazione sulle ricerche compiute riguardo all’impatto di 20 anni di televisione sulla società americana. Nel lavoro di Emery del 1975, intitolato Futures We Are In, essi riferivano che il contenuto delle programmazioni non era più tanto importante quanto lo era il totale delle ore trascorse davanti alla televisione. Il tempo di fruizione televisiva media era costantemente cresciuto nei due decenni trascorsi dall’introduzione del mezzo, tanto che a metà degli anni ’70 esso poteva essere considerato un’attività quotidiana, seconda solo al lavoro e al sonno, che occupava circa sei ore giornaliere (e da allora è cresciuta ulteriormente fino a sette ore, con l’aggiunta di videogames, videocassette, e così via); fra i bambini in età scolare, il tempo trascorso a guardare la televisione era inferiore solo al tempo destinato alle attività scolastiche. Queste scoperte, secondo il Tavistock, indicavano che la televisione era paragonabile ad una droga che produce dipendenza. Similarmente, Emery riferiva di studi neurologici i quali, a suo dire, dimostravano che la visione televisiva continuata “spegne il sistema nervoso centrale umano”.</p>
<p>Che le loro affermazioni siano fondate o no su analisi scientifiche, Emery e Trist presentano prove convincenti del fatto che una fruizione televisiva prolungata e massiccia abbassa le capacità di riflessione concettuale su ciò che viene presentato sullo schermo. Gli studi evidenziano che la semplice presenza di immagini sulla televisione, specialmente se presentate nell’appropriato format di documentario o di notiziario, ma anche nel corso della visione in generale, tende a far considerare quelle immagini “autentiche” e a far attribuire ad esse un’aura di “realtà”.</p>
<p>Trist ed Emery non trovano nulla di sbagliato in questa evoluzione, la quale indica che la televisione sta producendo una generazione cerebralmente morta. Al contrario, essi evidenziano come tale evoluzione si inserisca all’interno di un più ampio piano globale di controllo sociale, portato avanti dalla Tavistock e dai network suoi alleati per conto dei loro sponsor. La società, essi affermano in A Choice of Futures, libro pubblicato nello stesso periodo, è sprofondata in stati di coscienza mentale sempre più bassi, al punto che anche uno Stato fascista di tipo orwelliano ormai non sarebbe più realizzabile. A questo punto, grazie alla televisione e ad altri mass media, il genere umano versa in uno stato di dissociazione le cui implicazioni politiche si manifesteranno in una società di stampo “Arancia Meccanica”, dal nome del libro di Anthony Burgess, in cui gang giovanili scatenate commetteranno atti di violenza casuale, per poi tornare a casa a guardare i notiziari e vedere sullo schermo ciò che hanno compiuto.</p>
<p>Gli artefici del lavaggio del cervello sottolineano che questa evoluzione, che secondo loro ha il proprio modello nella violenza in Irlanda del Nord, non è stata indotta dagli effetti della sola televisione. La società è passata attraverso una “turbolenza sociale” dovuta ad una serie di shock politici ed economici, che comprendono la guerra in Vietnam, il rialzo dei prezzi petroliferi e l’assassinio di alcuni leader politici. L’impatto psicologico di questi eventi, la cui responsabilità essi omettono di attribuire all’establishment anglo-americano, è stato amplificato dalla loro penetrazione nelle case, in dettagli crudi e spaventosi, attraverso i notiziari televisivi. Nello scenario descritto da Trist e Emery, sembra quasi di sentire il possibile sommario di un futuro telegiornale: “La fine del mondo: tutti i dettagli nell’edizione delle 11”.</p>
<p><strong>Consolidare il paradigma</strong></p>
<p>Nel 1991, in un’antologia dei lavori del Tavistock che egli stesso aveva pubblicato, Trist scriveva che tutti i “nodi” internazionali o centri dell’apparato di brainwashing dell’istituto miravano allo scopo fondamentale di consolidare uno spostamento di paradigma verso un “ordine mondiale postindustriale”. Il loro obiettivo, egli affermava, era di rendere questo cambiamento irreversibile. In quest’opera, e in altre, Trist, proprio come Alexander King, invita ad una campagna di “rieducazione” di massa che distrugga le ultime vestigia di resistenza nazionale, soprattutto all’interno degli Stati Uniti, a questo nuovo ordine mondiale.</p>
<p>Circa dieci anni prima, un altro dei serventi del Tavistock, Bernard Gross, in una relazione consegnata alla conferenza del 1981 sulla Società del Mondo Futuro, presieduta da Al Gore, offriva uno spiraglio sulle caratteristiche di questo “nuovo ordine mondiale”. Gross affermava che nel periodo che stava per iniziare il mondo si sarebbe trovato di fronte a ciò che il Tavistock ama chiamare una “scelta critica”: una serie di opzioni, ciascuna delle quali appare cattiva, ma, a causa del terrorismo diffuso e della pressione degli eventi, una decisione va comunque presa scegliendo l’opzione che rappresenta il “male minore”. La società industriale dell’occidente scivolerà nel caos; questo caos, egli affermava, potrà condurre o a un fascismo di tipo autoritario, come quello che gli inglesi contribuirono ad instaurare nella Germania nazista; oppure ad una forma di fascismo più umana e benevola che Gross definiva “fascismo amichevole”. La scelta, sosteneva Gross, è tra il tentativo di ritornare al vecchio paradigma industriale, nel qual caso avremo un fascismo di tipo nazista; oppure di abbracciare il post-industrialismo, in cui avremo il “fascismo amichevole”. Quest’ultimo, egli affermava, è chiaramente preferibile, poiché esso rappresenta una mera transizione verso un nuovo “ordine mondiale di informazione globale”, che comporterà una maggiore libertà e possibilità di scelta individuale, una vera democrazia di massa aperta e partecipativa.</p>
<p>Per Gross la scelta è chiara: in ogni caso vi saranno dolore e sofferenza; ma solo il “fascismo amichevole” dell’informazione globale, di una società interconnessa da TV via cavo, satelliti e reti informatiche, offre speranza per un “futuro” migliore.</p>
<p>Ma chi amministrerà questo ordine mondiale del “fascismo amichevole”? Gross spiegava che oggi esiste una vera e propria “Internazionale Aurea”, termine che egli ricalcava sull’Internazionale Comunista (Comintern) di Nikolai Bukharin. Si tratta di un’illuminata elite internazionale, avente per fulcro la potente oligarchia eurocentrica che controlla l’industria della comunicazione globale, nonché varie altre risorse chiave e la finanza globale. Questa elite deve essere istruita e informata dall’intelligence delle reti Tavistock; deve comprendere che le grandi masse di zombi teledipendenti possono essere facilmente costrette ad amare questo nuovo mondo, grazie alla persuasione degli spettacoli televisivi e all’infinita fornitura di “informazione”. Una volta conquistate le masse attraverso questa “educazione”, la resistenza dei settori nazionali si sgretolerà.</p>
<p>Nel 1989, per iniziativa di Trist, il Tavistock tenne un seminario presso la Case Western Reserve University per discutere dei mezzi con cui arrivare a creare un fascismo internazionale “senza più Stati”, un nuovo ordine mondiale basato sull’informazione. Nel 1991 il Tavistock incaricò il suo giornale, Human Relations, di pubblicare gli atti di quel seminario. Molti interventi contengono un appello ai mass media affinché si schierino a favore di questo progetto.</p>
<p>Inoltre, a partire dal 1981, esisteva ormai un’altra tecnologia a disposizione dei funzionari del lavaggio del cervello: internet. Secondo Harold Permutter, uno dei partecipanti al seminario della Case Western, internet rappresenta uno strumento sovversivo per penetrare i confini nazionali con “informazioni” relative a questo nuovo ordine mondiale; esso funziona anche come collante per un network di organizzazioni non governative che avrebbero fatto circolare propaganda a favore del nuovo ordine mondiale. Queste ONG avrebbero dovuto essere la sovrastruttura su cui sarebbe stato edificato il nuovo ordine mondiale. Perlmutter e altri partecipanti alla conferenza affermarono che il loro movimento non poteva essere sconfitto, perché non esisteva in senso formale. Risiedeva solo nelle menti dei suoi cospiratori, menti che erano a conoscenza della macchina per il lavaggio mediatico del cervello creata dal Tavistock. Come la televisione era stata la droga informativa dell’ultima parte di questo millennio, così internet, con la sua abbondanza di chat e “informazione” per la maggior parte inutile, con i suoi messaggi sovversivi programmati, sarebbe stato la droga del nuovo millennio, si vantava il Tavistock. [12]</p>
<p><em>“Gli americani, in realtà, non pensano. Hanno solo opinioni, sensazioni”, diceva Hal Becker di The Futures Group in un’intervista del 1981. “La televisione crea le opinioni e poi le conferma. La gente ha davvero subito un lavaggio del cervello ad opera del tubo catodico? In realtà c’è molto di più. Io credo che la gente abbia perso la capacità di collegare insieme le immagini della propria vita senza l’intervento della televisione. E’ questo che intendiamo quando diciamo che ci troviamo in una società catodica. Ci dirigiamo verso una società orwelliana, ma Orwell commise un errore in 1984. Il Grande Fratello non ha bisogno di guardarti, finché sei tu a guardarlo. E chi può dire che si tratti, in fondo, di una cosa così malvagia?”. </em></p>
<p><strong>La mosca nella pomata</strong></p>
<p>Ma perfino i circoli elitari dei network internazionali del Tavistock hanno la vaga sensazione che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato nel loro piano. Questa sensazione fu espressa da un autore che Emery citava nel 1973, il quale si chiedeva cosa sarebbe successo quando la generazione di baby-boomer teledipendenti fosse arrivata alle redini del potere. Li avevamo davvero preparati ad esercitare il comando? Sarebbero stati in grado di ragionare e di risolvere problemi? Emery ignorava il problema, affermando che esiste tempo sufficiente per addestrare i nuovi quadri dirigenti. Ma la questione rimane aperta. Nel 1981, alla conferenza Società del Mondo Futuro, durante la quale Gross intonò il suo peana al nuovo ordine globale dell’informazione abbigliato da “fascismo amichevole”, Tony Lentz, assistente professore di lingue presso la Pennsylvania State University, fece notare di aver personalmente osservato una devastazione delle capacità di espressione scritta e orale, dovuta ai mass media e alla televisione; molti studenti non solo non riuscivano più a scrivere in modo corretto, ma non riuscivano più nemmeno a pensare in modo intelligente. Non si trattava di un semplice caso di scarsa istruzione, come egli faceva notare nel suo articolo “The Medium is Madness”, ma del fatto che essi non sentivano più alcun desiderio di pensare. Ricordando che, secondo Platone, la nostra conoscenza del mondo deve fondarsi sulla conoscenza del pensiero di qualcuno che conosce il mondo, Lentz affermava che la televisione ha instillato nelle persone l’idea che le semplici immagini rappresentino la conoscenza. Non esistono più interrogativi, non vi è più lo sforzo per penetrare il pensiero di altre persone, ma soltanto dialogo e immagine, suono e furia, che naturalmente non significano nulla. [13]</p>
<p><em>“Permettere a noi stessi di essere influenzati dalle sottili ma potenti illusioni presentate dalla televisione”, scriveva Lentz, “conduce ad una sorta di follia di massa che potrebbe avere implicazioni piuttosto spaventose per il futuro della nazione&#8230; Inizieremo a vedere cose che non esistono, daremo a qualcun altro il potere di creare per noi le nostre illusioni. La prospettiva è agghiacciante, e visto il nostro retaggio culturale dovrebbe essere motivo di riflessione”. </em></p>
<p>L. Wolfe, tratto da The American Almanac del 5 maggio 1997<br />
Fonte: www.global-elite.org</p>
<p>Versione italiana:</p>
<p>Fonte: http://blogghete.blog.dada.ne<br />
Link: http://blogghete.blog.dada.net/archivi/2009-07-08<br />
8.07.2009</p>
<p>Traduzione a cura di Gianluca Freda</p>
<p>Note</p>
<p>1. The Futures Group, un think-tank privato, fu una delle prime organizzazioni a specializzarsi nell’utilizzo di interfaccia computerizzate per la manipolazione psicologica di direttori d’azienda e di leader politici. Nel 1981 progettò il programma RAPID per il Dipartimento di Stato americano, che utilizzava la grafica computerizzata per fare il lavaggio del cervello a leader selezionati di settori industriali avanzati e spingerli a sostenere le politiche del Fondo Monetario Internazionale e i programmi per il controllo della popolazione. Partecipò anche all’elaborazione di una mappatura completa della popolazione americana per le maggiori multinazionali.<br />
2. Il movimento LaRouche iniziò il suo sconvolgente lavoro sulla rete Tavistock nel 1973-74 e pubblicò i risultati delle sue indagini sulla rivista Campaigner (numeri di Inverno 1973 e Primavera 1974). Informazioni aggiuntive sono state pubblicate su EIR, le più recenti nel numero del 24 maggio 1996, in un rapporto speciale intitolato “The Sun Never Sets on the British Empire”.<br />
3. Per un rapporto completo sulla Scuola di Francoforte e sui suoi network, compreso il suo ruolo nell’elaborazione delle strategie dei mass media e della guerra culturale, si legga Michael Minnicino, &#8220;The New Dark Age: The Frankfurt School and `Political Correctness,&#8217;&#8221;, Fidelio, Inverno 1992.<br />
4. Lippmann, che migrò dai network socialisti della Fabian Society ai circoli di Thomas Dewey e dei fratelli Dulles, divenne portavoce di una fazione imperialista americana, controllata dai britannici, che si schierò contro la visione anti-imperialista di Franklin D. Roosevelt. Si legga in proposito Lyndon LaRouche, The Case of Walter Lippmann, Campaigner Publications Inc., New York, 1977.<br />
5. Bernays è noto per aver elaborato la pubblicità di “Madison Ave”, sfruttando le teorie freudiane di manipolazione psicologica.<br />
6. Tutta la teoria psicologica del Tavistock (come anche quella freudiana) muove dalla concezione dell’uomo come bestia dotata di pensiero. Essa rifiuta esplicitamente, con grande malizia, l’immagine giudaico-cristiana dell’uomo creato ad immagine di Dio, la quale implica che l’uomo, e l’uomo soltanto, sia stato beneficiato dal suo Creatore con la creatività. Il Tavistock sostiene che la creatività derivi unicamente da impulsi nevrotici o erotici sublimati e vede l’uomo come una lavagna su cui disegnare e ridisegnare le proprie “immagini”.<br />
7. Si tratta di una concezione simile a quella espressa da Rees nel suo libro The Shaping of Psychiatry by War, in cui si parla della creazione di un gruppo elitario di psichiatri che dovranno garantire, a vantaggio dell’oligarchia dominante, la “salute mentale” del mondo.<br />
8. I nazisti avevano già ampiamente utilizzato la propaganda radiofonica per il lavaggio del cervello come elemento integrante dello Stato fascista. I loro metodi vennero osservati e studiati dai ricercatori del Tavistock.<br />
9. E’ importante sottolineare che non vi è nulla di intrinsecamente malvagio nella radio, nella televisione o in qualsiasi altra tecnologia. Ciò che li rende pericolosi è il controllo del loro utilizzo e dei loro contenuti da parte del Club of Isles per fini malvagi, per creare ascoltatori e spettatori assuefatti e perfino maniaci, le cui capacità critiche vengono così seriamente compromesse.<br />
10. Per una più completa trattazione sulla televisione, sulla sua programmazione e sul lavaggio del cervello che essa produce sul popolo americano, si veda la serie di 16 articoli “Turn Off Your Television” dello stesso autore, pubblicata su New Federalist, 1990-93. E’ disponibile in ristampa presso la EIR.<br />
11. Una delle specializzazioni del Tavistock è lo studio della manipolazione psicologica dei bambini e dell’impatto della pubblicità sulla mente dei minori. Tali pubblicità vengono progettate con cura per indurre i bambini a desiderare il prodotto pubblicizzato.<br />
12. Vi sono stati investimenti massicci sull’infrastruttura di internet, sproporzionati rispetto alle possibilità di rientro a breve o a medio termine. Ciò porta a pensare che si tratti in realtà di “investimenti a fondo perduto” per favorire l’impatto psicologico delle nuove tecnologie.<br />
13. Queste espressioni riecheggiano il pensiero di Platone, ma ne sono appunto soltanto un’eco. Per una migliore comprensione dei problemi educativi si veda Lyndon LaRouche, On the Subject of Metaphor, Fidelio, Autunno 1992.</p>
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		<title>Il nemico della stampa – Umberto Eco -</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2009 15:28:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Umberto Eco
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Sarà il pessimismo della tarda età, sarà la lucidità che l’età porta con sé, ma provo una certa esitazione, frammista a scetticismo, a intervenire, su invito della redazione, in difesa della libertà di stampa. Voglio dire: quando qualcuno deve intervenire a difesa della libertà di stampa vuole dire che la società, e con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Umberto Eco<br />
<a href="http://www.facebook.com/note.php?note_id=101940929239">http://www.facebook.com/note.php?note_id=101940929239</a></p>
<blockquote><p>Sarà il pessimismo della tarda età, sarà la lucidità che l’età porta con sé, ma provo una certa esitazione, frammista a scetticismo, a intervenire, su invito della redazione, in difesa della libertà di stampa. Voglio dire: quando qualcuno deve intervenire a difesa della libertà di stampa vuole dire che la società, e con essa gran parte della stampa, è già malata. Nelle democrazie che definiremo ‘robuste’ non c’è bisogno di difendere la libertà di stampa, perché a nessuno viene in mente di limitarla. Questa la prima ragione del mio scetticismo, da cui discende un corollario. Il problema italiano non è Silvio Berlusconi. La storia (vorrei dire da Catilina in avanti) è stata ricca di uomini avventurosi, non privi di carisma, con scarso senso dello Stato ma senso altissimo dei propri interessi, che hanno desiderato instaurare un potere personale, scavalcando parlamenti, magistrature e costituzioni, distribuendo favori ai propri cortigiani e (talora) alle proprie cortigiane, identificando il proprio piacere con l’interesse della comunità. È che non sempre questi uomini hanno conquistato il potere a cui aspiravano, perché la società non glielo ha permesso. Quando la società glielo ha permesso, perché prendersela con questi uomini e non con la società che li ha lasciati fare? Ricorderò sempre una storia che raccontava mia mamma che, ventenne, aveva trovato un bell’impiego come segretaria e dattilografa di un onorevole liberale – e dico liberale. Il giorno dopo la salita di Mussolini al potere quest’uomo aveva detto: “Ma in fondo, con la situazione in cui si trovava l’Italia, forse quest’Uomo troverà il modo di rimettere un po’ d’ordine”. Ecco, a instaurare il fascismo non è stata l’energia di Mussolini (occasione e pretesto) ma l’indulgenza e la rilassatezza di quell’onorevole liberale (rappresentante esemplare di un Paese in crisi). E quindi è inutile prendersela con Berlusconi che fa, per così dire, il proprio mestiere. È la maggioranza degli italiani che ha accettato il conflitto di interessi, che accetta le ronde, che accetta il lodo Alfano, e che ora avrebbe accettato abbastanza tranquillamente – se il presidente della Repubblica non avesse alzato un sopracciglio – la mordacchia messa (per ora sperimentalmente) alla stampa. La stessa nazione accetterebbe senza esitazione, e anzi con una certa maliziosa complicità, che Berlusconi andasse a veline, se ora non intervenisse a turbare la pubblica coscienza una cauta censura della Chiesa – che sarà però ben presto superata perché è da quel dì che gli italiani, e i buoni cristiani in genere, vanno a mignotte anche se il parroco dice che non si dovrebbe. Allora perché dedicare a questi allarmi un numero de ‘L’espresso’ se sappiamo che esso arriverà a chi di questi rischi della democrazia è già convinto, ma non sarà letto da chi è disposto ad accettarli purché non gli manchi la sua quota di Grande Fratello – e di molte vicende politico-sessuali sa in fondo pochissimo, perché una informazione in gran parte sotto controllo non gliene parla neppure? Già, perché farlo? Il perché è molto semplice. Nel 1931 il fascismo aveva imposto ai professori universitari, che erano allora 1.200, un giuramento di fedeltà al regime. Solo 12 (1 per cento) rifiutarono e persero il posto. Alcuni dicono 14, ma questo ci conferma quanto il fenomeno sia all’epoca passato inosservato lasciando memorie vaghe. Tanti altri, che poi sarebbero stati personaggi eminenti dell’antifascismo postbellico, consigliati persino da Palmiro Togliatti o da Benedetto Croce, giurarono, per poter continuare a diffondere il loro insegnamento. Forse i 1.188 che sono rimasti avevano ragione loro, per ragioni diverse e tutte onorevoli. Però quei 12 che hanno detto di no hanno salvato l’onore dell’Università e in definitiva l’onore del Paese.<br />
Ecco perché bisogna talora dire di no anche se, pessimisticamente, si sa che non servirà a niente. Almeno che un giorno si possa dire che lo si è detto</p></blockquote>
<p>Beh, non dissimilmente dal popolo che giustamente critica, Eco stesso dice solo i &#8220;No&#8221; che a lui conviene. Dopotutto cosa c&#8217;è oggi di più popolare, conformista e demagogico che dire qualcosa contro Berlusconi? Ricordo agli ingenui che si fanno incantare che Umberto Eco ha partecipato (dicendo quindi un sonoro &#8220;SI&#8221;, altro che un dignitoso &#8220;NO&#8221;!) con un suo saggio al maldestro libro di disinformazione &#8220;LA COSPIRAZIONE IMPOSSIBILE&#8221;, operazione atta a discreditare il democraticissimo processo di ricerca della verità sui fatti dell&#8217;11 settembre a PIENO sostegno della versione ufficiale americana alla quale, a parte qualche deficente telelobotomizzato residuo e qualche anziano comprensibilmente lento, non crede più nessuno. Secondo il suo stesso ragionamento, Eco è quindi più responsabile del milione di persone uccise in Iraq rispetto a Bush stesso, che dopotutto ha fatto solo il suo lavoro. Chi non capisce di cosa io stia parlando si vada a dare una sana occhiata a <a href="http://www.mito11settembre.it">www.mito11settembre.it</a></p>
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		<title>Uccidere giornalisti per difendere la democrazia</title>
		<link>http://www.edicola.biz/2009/05/28/uccidere-giornalisti-per-difendere-la-democrazia/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 13:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavaggio del cervello]]></category>
		<category><![CDATA[Aggiungi nuovo tag]]></category>
		<category><![CDATA[Democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[http://rawstory.com/blog/2009/05/right-wing-military-writer-we-may-have-to-kill-war-journalists/
Pretending to be impartial, the self-segregating personalities drawn to media careers overwhelmingly take a side, and that side is rarely ours. Although it seems unthinkable now, future wars may require censorship, news blackouts and, ultimately, military attacks on the partisan media. Perceiving themselves as superior beings, journalists have positioned themselves as protected-species combatants. But freedom of [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span class="Apple-style-span" style="text-align: left; widows: 2; text-transform: none; text-indent: 0px; border-collapse: separate; font: 12px/17px Arial; white-space: normal; orphans: 2; letter-spacing: normal; color: #333333; word-spacing: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0;"><a href="http://rawstory.com/blog/2009/05/right-wing-military-writer-we-may-have-to-kill-war-journalists/">http://rawstory.com/blog/2009/05/right-wing-military-writer-we-may-have-to-kill-war-journalists/</a></span></p>
<blockquote><p><span class="Apple-style-span" style="text-align: left; widows: 2; text-transform: none; text-indent: 0px; border-collapse: separate; font: 12px/17px Arial; white-space: normal; orphans: 2; letter-spacing: normal; color: #333333; word-spacing: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0;">Pretending to be impartial, the self-segregating personalities drawn to media careers overwhelmingly take a side, and that side is rarely ours. Although it seems unthinkable now,<span class="Apple-converted-space"> </span><strong>future wars may require censorship, news blackouts and, ultimately, military attacks on the partisan media</strong>. Perceiving themselves as superior beings, journalists have positioned themselves as protected-species combatants. But freedom of the press stops when its abuse kills our soldiers and strengthens our enemies. Such a view arouses disdain today, but a media establishment that has forgotten any sense of sober patriotism may find that it has become tomorrow&#8217;s conventional wisdom.</span></p></blockquote>
<p><span class="Apple-style-span" style="text-align: left; widows: 2; text-transform: none; text-indent: 0px; border-collapse: separate; font: 12px/17px Arial; white-space: normal; orphans: 2; letter-spacing: normal; color: #333333; word-spacing: 0px; -webkit-border-horizontal-spacing: 0px; -webkit-border-vertical-spacing: 0px; -webkit-text-decorations-in-effect: none; -webkit-text-size-adjust: auto; -webkit-text-stroke-width: 0;">Pur di difendere la democrazia, ben venga anche la dittatura!</span></p>
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		<title>Non credi al governo? Sei matto!</title>
		<link>http://www.edicola.biz/2009/05/28/non-credi-al-governo-sei-matto/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 May 2009 12:44:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lavaggio del cervello]]></category>
		<category><![CDATA[11 Settembre]]></category>
		<category><![CDATA[Follia]]></category>
		<category><![CDATA[Manipolazioni]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[The Inner Worlds of Conspiracy Believers
http://www.usnews.com/articles/science/2009/05/26/the-inner-worlds-of-conspiracy-believers.html
A team led by psychologist Viren Swami of the University of Westminster in London identified several traits associated with subscribing to 9/11 conspiracies, at least among British citizens. These characteristics consist of backing one or more conspiracy theories unrelated to 9/11, frequently talking about 9/11 conspiracy beliefs with likeminded friends [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>The Inner Worlds of Conspiracy Believers<br />
<a href="http://www.usnews.com/articles/science/2009/05/26/the-inner-worlds-of-conspiracy-believers.html" target="_blank">http://www.usnews.com/articles/science/2009/05/26/the-inner-worlds-of-conspiracy-believers.html</a></p>
<blockquote><p>A team led by psychologist Viren Swami of the University of Westminster in London identified several traits associated with subscribing to 9/11 conspiracies, at least among British citizens. These characteristics consist of backing one or more conspiracy theories unrelated to 9/11, frequently talking about 9/11 conspiracy beliefs with likeminded friends and others, taking a cynical stance toward politics, mistrusting authority, endorsing democratic practices, feeling generally suspicious toward others and displaying an inquisitive, imaginative outlook.</p>
<p>“Often, the proof offered as evidence for a conspiracy is not specific to one incident or issue, but is used to justify a general pattern of conspiracy ideas,” Swami says.</p>
<p>His conclusion echoes a 1994 proposal by sociologist Ted Goertzel of Rutgers–Camden in New Jersey. After conducting random telephone interviews of 347 New Jersey residents, Goertzel proposed that each of a person’s convictions about secret plots serves as evidence for other conspiracy beliefs, bypassing any need for confirming evidence.</p>
<p>A belief that the government is covering up its involvement in the 9/11 attacks thus feeds the idea that the government is also hiding evidence of extraterrestrial contacts or that John F. Kennedy was not killed by a lone gunman.</p>
<p>Goertzel says the new study provides an intriguing but partial look at the inner workings of conspiracy thinking. Such convictions critically depend on what he calls “selective skepticism.” Conspiracy believers are highly doubtful about information from the government or other sources they consider suspect. But, without criticism, believers accept any source that supports their preconceived views, he says.</p></blockquote>
<p>Una volta era notoriamente in Unione Sovietica che  i dissidenti venivano etichettati come malati di mente. Adesso lo facciamo noi, ma con molta più eleganza.</p>
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